A Borca si stampano i capi e le fanzine nei ciclostile (e dentro ad altre prodigiose fertili ferraglie)

diciamo di una, di questa, accuratezza antitignosa: una maniera nera dell’edizione e della stampa, senza le mezzetinte.
bastiancontrari?
d’accordo, allora la prima nota è sullo sguardo del fotografo, poi trattiamo i temi.
abbiamo qui alcune foto di brando prizzon, brandita la camera sulle cose e sui brand (brando brandisce e brandeggia i brand: bleah).
i neri di brando non sono il noir, ma un senso denso di economia della luce, con il contorno che dilata si fa massa ed esonda nel soggetto (gli scuri rilasciati cuciti nei chiari, come due pozze a contatto).
non è gotico brando né mediterraneo né boiled nè metropolitano: quel troppo scuro non è genere né estetica né scena.
è il profondo del pozzo sintetico dell’occhio calmo che scava.

abbiamo qui una selezione di scatti su cinque fotogallery (1.borcaedizioni, 2. printlab/obsoletestudio, 3. pblab, 4. altra stampa, 5. pblab in colonia, mamiki con le cose addosso) che per alcuni aspetti in particolare è (accidentalmente) coerente col valore e con la tecnica dei soggetti battuti e con la qualità delle produzioni del maglio millimetrato (terre raddensate in composti cristalloclastici pelitici; un piccone per bulino)

e con la stessa metodologia di produzione dei materiali, i cui elementi in accumulo poetico-razionale si assemblano fluidamente, nel bookshop e nel laundry print lab in particolare, che è il nostro volcano ora, con gli spezzoni e i brani connessi cuciti, senza eccessi di meschina accuratezza nel completamento della cornice formale (la cornice è per le epigrafi).
in questa fluidità clastica psammitica (stiamo sempre nelle crode, una petrografia critica questa: ad esempio: un gigantesco astro rosa si accampa nel zielo accanto al pelmo, dove non può essere, ed invece è), è proprio attorno ad un certo tipo di accuratezza che andiamo ragionando.

queste edizioni dunque, su carta e su tessuto. le matrici fatte con la riso e adattate ai ciclostile nella lavanderia.
gli inchiostri sbavanti, i cotoni e le sete stampati nei ciclostile mentre le lane e i cachemire nel torchio da stiro (#obsoletestudio).
la cura della stampa (#borcaedizioni) con la composizione grafica e fotografica e la produzione di immagini e pattern e texture digitali, bella selezione di carte chiuse da legature manuali e dadi.
eppure questa manualità che chiude il progetto compositivo e grafico non possiamo non vogliamo definirla artigianale, che è invece sintesi e principio d’economia (come nella ritenzione della luce negli scuri scatti di brando: parsimonia, quiete, niente sbrodolamenti, niente carico scenografico: punto linea grana punto – il secondo punto è la sutura sulla schiena della fanzina).
e questa sperimentalità d’assemblaggi, che è accurata ma non diligente, e che non viene capita dai tipi elegantuzzi in camice ma dai produttori nudi.

gli strati centrati ma senza meticolo, e senza fare del fuoriregistro una dottrina certosina.
nel rimescolamento sinfonico delle parti che è intelligenza della relazione particolare tra gli atomi cinetici e non aggregazione delle unità di gregge in prodotto a patina.
insomma, in questi clusters che si vedono nelle foto, come nel lavoro di anna poletti, che cuce le parti (polibranding, ecumenismo sperimentale della ricerca d’azienda, esternalizzato alla colonia-lab / a noi non serve un altro laboratorio come a herbert west, ma anche noi siamo convinti di poterlo fare – si può fare), c’è la capacità di essere fermi in moto. non c’è la paura di sporcare faticando ad ogni passo, spingendo l’aratro a solcare il pavimento in linoleum delle sale della lavanderia, nella colonia, che è il campo della storia.
questa fatica non è lieve, né pesante: è giusta, e produce sempre, ecco perché gli assembraggi (edizioni) sprigionano senza gorgogliare, e se hai la mente franca, la senti respirare, tra le carte e le polveri, tra le macchine pesanti della lavanderia, tolte via le chiavarde, il respiro della fatica giusta che si raddensa sulla carta spinta e legata.
insomma, questa accuratezza non è figlia di un ordine pedissequo, e le premurose diligenze lasciamole ai fantocci dalle mezze maniche, e andiamo avanti ad addomesticare le imprevedute entropie, ed ogni oggetto è un’idea e un fatto d’atomi pesanti.

per chi ha occhi, e le capacità (sono due) di mettere e di togliere (ecco ancora i neri).
anche nel lavoro di giuseppe vigolo e dei bravi suoi studenti dell’accademia di verona, beppe che incrocia i mostruosi clichè dell’iconografia alpina borcese (cervi e cagnacci), mentre i suoi ragazzi stampano su ogni cosa con ogni cosa, argille al torchietto, architetture del frammento, vegetazioni d’artificio, etcetera.

e si può dire che l’intera colonia non sia altro che un grande processo di stampa in atto, e quindi in ultima analisi un’edizione, mobile (#borcaedizioni): che non è un plotter.

dove si stampa: nella colonia tutta (che non è un plotter); al #laundryprintlab; al #casabellalab.

chi stampa (artefici): sofia bonato e matteo valerio (#obsoletestudio); anna poletti (#pblab); marcello cualbu e giaime meloni (#borcaedizioni); giuseppe vigolo con gli studenti dell’accademia di verona; e anche qua gli altri sul progetto coperta.

con chi si stampa (le aziende partner): lanerossi gruppo marzotto; gatto astucci; lanificio paoletti, repap paper & people; casa editrice tabacco; con la lana delle pecore di fernando, sindaco di erto e casso.

quando si stampa: sempre.

modella: mamiki nhamposse (mamiki ha gli occhi chiusi, o socchiusi. non dorme, e si sveglia. anche la colonia è un dormiente. lo era. non dorme. si spande).
mamiki indossa hapter eyewear.

foto: brando prizzon (tranne le poche chiare)

 

 

 

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