Chiara Beretta / Sinopia #0 / Lab Lucefresca

Lavoravo a delle foto nei piani bassi dell’ufficio, guardando fuori dalla finestra vedevo l’ombra degli alberi muoversi sulla parete esterna che dà sul Pelmo. Riflettevo sul tempo trascorso nei cantieri, lavorando all’aperto sulle facciate esterne degli edifici. In quel momento ho pensato che sarebbe stato interessante scoprire se, analogamente a ciò che avviene con i pigmenti, anche con l’emulsione fotosensibile fosse possibile creare un’opera potenzialmente eterna come un affresco.
Senza sapere bene le mie intenzioni, quell’estate durante le giornate di IGP a Termine di Cadore, insieme a Lorenzo Barbasetti e alla sua squadra sono andata a raccogliere la sabbia dal letto del Boite. Sabbia media in prossimità della riva e sabbia fine dall’altro lato del fiume, dove il ciottolo è quasi fanghiglia. La sabbia, mescolata al resto degli ingredienti, ha composto Sinopia #0.

La colonia è un ecosistema quasi autosufficiente; l’ingranditore, i chimici, un paio di lampade rosse e poco altro è servito ad allestire il Lab Luce Fresca in una camera del personale di servizio dei dormitori dell’ex colonia. Per trovare il resto mi son spinta un po’ più in là. Feltre, il grassello, Peaio, tavelle di mattone gentilmente donatemi e sezionate con l’aiuto di Mattia Menardi che in quel periodo, con alcuni colleghi, studiava la carbonatazione dei cementi di Gellner. La sabbia raccolta andava setacciata e fatta ben asciugare, pena la qualità dell’intonaco. Quest’ultimo, steso in tre strati, andava incontro a problemi di tiratura e così anche l’emulsione stesa in altrettanti strati. Impossibile lavorare d’inverno, non per freddo altresì per umidità (e pericoloso, la calce viva a contatto con gli acidi libera fumi di cloro). Per i primi mesi una pellicola nera screpolata, sbiancata o annerita a seconda delle condizioni, una craquelure tossica che rivelava ben poco della croda di casso che stavo impressionando, era ciò che risultava dal lavoro in camera oscura. Stampare la foto di una croda equivale a coprire di pietra la pietra stessa: un’operazione tautologica nella quale il negativo diventa sinopia, la luce diventa il colore e  l’artista rinuncia al controllo totale, lasciando che il gesto, la fisica e la chimica concorrano all’esito del lavoro*. Il rapporto con la montagna non è per me così diverso, un ambiente che definisce tempi, limiti e condizioni con le quali è necessario misurarsi.
L’estate successiva, anch’essa umida e uggiosa, si è portata dietro le stesse difficoltà.
Dunque le tavelle preparate con quest’imprimitura fragile e specialissima devono necessariamente asciugare altrove, perché accada questa magia calcolata, affinchè, cioè, i viscosi liquidi fotosensibili si fondano con la matrice rocciosa, permeando e rivelando l’immagine sottotraccia.
Due spettacoli consecutivi in un divenire lento e veloce: l’amalgama di calce e sabbia acquista consistenza mentre l’emulsione la ricopre densa e precaria. La luce inquieta mette tutto in movimento e fossilizza i sali d’argento in superficie rendendo l’immagine scalfibile solo quanto la pietra. Il lavoro non sublima la montagna: la accetta come sistema di vincoli.

Qualcosa di spirituale c’è sempre nelle reazioni chimiche.

*“Du mode d’existence des objets techniques”
L’idea che l’oggetto (qui l’opera) non sia una forma imposta, ma il risultato di un equilibrio tra forze, materiali, ambiente.

Chiara Beretta

Foto: Chiara Beretta, Teresa De Toni, Ivana Sfredda, Lev Fazio.

 

Tweet about this on TwitterShare on FacebookGoogle+Share on LinkedIn