Edoardo Gellner progettò per Mattei il villaggio per le vacanze dell’ENI a Corte di Cadore. Lo fece con visione, attraverso continue mediazioni, velocemente e alacremente. Non si dimenticò però di collegare questo polo al territorio: lo fece con servizi e impianti, come l’acquedotto che dal Pelmo porta l’acqua prima al paese e poi al villaggio; studiando la geologia e l’ambiente in cui stava costruendo; coprendo il covo di vipere, la distesa di rocce ai piedi dell’Antelao, con zolle di prato e alberi.

Il Villaggio è paesaggio: dalla strada, dalla SS51, sono visibili soltanto due elementi, la guglia di Nostra Signora del Cadore e la cuspide dell’Aula Magna.
L’architettura diventa montagna, il pensiero diventa paesaggio.
L’incarico per il progetto gli viene proposto nel ’54, poco prima dei Giochi Olimpici di Cortina ’56, per i quali Gellner aveva già progettato il Motel Agip a Cortina d’Ampezzo, proprio dove i giochi invernali torneranno. Gellner lo aveva immaginato, lo aveva già pensato, lo aveva disegnato: esistono progetti di ampliamento del Villaggio ENI, pensati per accogliere la logistica di un secondo evento così impattante su questo territorio, così fuoriscala rispetto alla capacità di comprenderlo, così sprecato rispetto alla legacy e ai bisogni di questi territori.
Gellner ha lasciato una sua legacy: la Colonia, il Villaggio, i suoi progetti più grandi. Come immaginare l’evoluzione organica di questi oggetti?
Sull’immaginare verte quindi la ricerca fotografica di Carlotta: sul tentativo di rappresentare qualcosa di potenziale, di coerentemente ipotetico, riferendosi però alle forme e agli spazi già presenti a Corte di Cadore. Carlotta non ha mai visto i progetti originali, ma in un anno di lavoro ha immaginato un cantiere nascosto. In queste immagini si ritrovano lo studio delle forme, l’analisi dall’interno – dalle viscere della Colonia – del programma colore e dell’urbanistica su diverse scale.
Poi il rapporto con il paesaggio: le aperture, gli spazi, le angolazioni e le inquadrature perfettamente calibrate. Il rapporto con la montagna, con il contesto geologico, con lo spazio, il vuoto, il potenziale, l’immaginifico.
Questo progetto studia il design e l’architettura attraverso la fotografia, con una pulizia coerente con il lavoro di Gellner, ma insiste anche su ciò che non c’è, creando nuove immagini a partire da rudimentali scannerizzazioni 3D o da blocchi di argilla raccolti a Borca e a Cancia, schizzi e appunti.
Carlotta cattura l’ordine, il razionalismo di Gellner e lo inserisce nello spazio di un esercizio concettuale.


















