Sguardo di Stefano Collarin

Pieno inverno e c’è caldo. Non sono abituato. Non c’è silenzio, sento solo gocce che cadono e qualche bestia, anche umana. La neve si scioglie e, diventata acqua, cade dai tetti. Sembra che il villaggio pianga.
Cerco il buio. Quando lo trovo la paura mi spinge. Continuo, un passo dietro l’altro. L’architettura e il pensiero che l’ha creata alimentano le mie paure.
Apro molte porte e dietro ad esse qualcosa mi rassicura. La luce del sole attraversa i vetri rotti e mi scalda. I progetti mi scaldano (rigeneratori).
Vado avanti, esploro. Ancora buio e luce, caldo e freddo. È un’inversione.
Ma non si tratta di sensazioni, non è un’inversione termica. E non è neppure un cambiamento, un cambio di rotta.


Sto sbagliando. È un altro genere di inversione.

Sono le stesse sensazioni di quando, in silenzio, si ascolta la montagna. Quando si studiano le tracce di chi è passato e di chi passerà. Quando nei tratti più ripidi si deve aver paura.
D’inverno le montagne si scalano con gli sci.
L’inversione è un gesto. Si punta un piede verso destra e si pianta l’altro verso sinistra. Li si riallinea ruotandoli.
È un gesto apparentemente innaturale. È l’unica soluzione per scaldarsi e salire.

Stefano Collarin, dicembre 2021

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