Ilaria Fasoli / Genius loci, evoluzioni e atti nel paesaggio

Genius loci, evoluzioni e atti nel paesaggio. Ilaria Fasoli, Labirinto ex Colonia Eni di Corte di Cadore, 2018

 

Intenti

Il progetto per il Labirinto nasce dall’attenzione e dal fascino che questo spazio remoto e misterioso ha suscitato in me fin dalla prima volta che visitai la Colonia (2015), quando decisi di lavorare nell’ambiente a contatto con natura e architettura. Allora non mi avvicinai mentalmente a questo spazio ma elaborai altre idee legate alla flora locale e al concetto di giardino, campionando materiale vegetale e ricavandone un disegno. Curai inoltre un ritaglio di terreno che scelsi per la florida presenza di fiori di Carlina.

Il Labirinto mi colpì, nel suo stato di abbandono, che da una trentina d’anni portava al nascondimento dell’architettura nella vegetazione.

Oggi, assieme ad un interesse personale sempre maggiore per il paesaggio e le sue declinazioni, cresce in me la necessità di avviare progetti orientati al lungo periodo che individuino spazi complessi nei quali la natura incontra l’architettura e dove concorrano i temi di spazio e fruizione, permettendo all’attività umana di tenere vive nel tempo dinamiche legate all’interesse e alla ricerca sul luogo. Questo mediante una modalità di lavoro aperta che si pone come dialogo nella condivisione di spazio e contesto, aperta al confronto di idee e progetti fra artisti e altre persone interessate.

Vedo questo spazio come un potenziale teatro di nuove azioni ed espressione di pensieri, oltre che come materia di studio e confronto fra vecchio e nuovo, in dialogo con l’esistente, che agisca al di fuori del consolidato laddove le condizioni per il progetto, la cura e il rinnovamento risultano evidenti, anche se in certa misura utopiche.

Il lavoro che intende plasmare lo spazio sottende alle cure di questo ed è per sua natura impermanente. Questo progetto, più che porre un segno univoco, intende infatti trasformare azioni e esperienze di cultura condivisa in fatti che abbiano come filo conduttore l’espressione artistica, riconquistando progressivamente terreno sullo spazio e lavorando sulla consapevolezza di questo luogo, ponendo la questione della sua esistenza, della sua attivazione e del suo valore come elemento centrale o periferico, limitato o aperto, rispetto ai movimenti di persone e forze nel tempo.

Ricerca

La consultazione di testi e materiale d’archivio è stata necessaria alla comprensione dell’iniziale idea architettonica del Labirinto. Una  fotografia del Labirinto al momento del suo completamento e la scoperta di un disegno originale di Edoardo Gellner conservato all’archivio progetti dell’Università IUAV di Venezia, ha svelato un elemento fino a quel momento da me ignorato: la vasca ottagonale interna coperta dalla fitta vegetazione che ne nascondeva il perimetro alla vista.

Grazie alle planimetrie del Villaggio, mi è stato inoltre possibile tracciare una storia del Labirinto, quale primo fra gli spazi concepiti a Corte tra quelli adibiti al gioco dei bambini: un elemento tradizionalmente e storicamante radicato nella cultura architettonica del paesaggio e inserito all’interno di parchi divertimento e giardini.

Osservando una planimetria del progetto urbanistico del 1958-59 è curioso notare come fra gli spazi riservati al gioco, cerchiati e indicati dalla lettera G, il Labirinto sia, assieme al grande piazzale, l’unico la cui forma è già definita e che non subirà variazioni in seguito. Nella tavola, ad esempio, non vi è nemmeno l’abbozzo della struttura della Gabbia dell’orso e dei campi sportivi al di là della strada (via Enrico Mattei), sostituiti dal disegno di una grande piscina.

Il Labirinto sembrerebbe quindi essere il primo spazio di gioco esterno pensato e progettato per la Colonia.

Il Labirinto si inserisce così nel giardino della Colonia, riprendendo un antico modello, ma cambiandone la struttura formale, passando da percorsi perigliosi e siepi per diverse ragioni, in realtà, inadatti al sito e al gioco dei più piccoli, a spazio che risponda più efficacemente al bisogno dei fruitori, un ambiente emotivamente coinvolgente dove accendere l’immaginazione attraverso l’architettura e la natura.

Lo spazio labirintico in questione è dunque ludico, nel promuovere dinamicità e interconnessione fra gli spazi attraverso percorsi direzionati dall’architettura, percettivo, nell’attivare i sensi rispondendo ai bisogni primari di gioco e promuovendo la comunicazione, in ciò rovesciando completamente l’idea di Labirinto che generalmente si ha e configurandosi più che come uno spazio disorientante, come un piccolo e racchiuso giardino.
Il termine giardino deriva dalla radice indogermanica Gart o Hart, con il significato di cingere, circondare. Per definizione storica il giardino è quindi una porzione di superficie delimitata per lo più da cinta di mura, da uno steccato o da una cancellata, progettati solitamente all’aperto con lo scopo di coltivare piante da frutto, fiorifere o piante ornamentali, destinato in epoca moderna alla ricreazione e al passeggio.

Nel libro Percepire il paesaggio, l’architetto Edoardo Gellner confidava ai lettori di aver proceduto alla creazione del paesaggio di Corte con l’applicazione di un metodo che egli stesso definiva addirittura romantico e senza il concorso di esperti o di particolari nozioni scientifiche, ma guardando piuttosto all’ancor validissimo insegnamento della settecentesca English School of Landscape Gardening.
Questo conferma l’attenzione e l’interesse per lo spazio verde del giardino e la sua progettazione come elemento imprescindibile ma soprattutto espressivo nella disciplina architettonica di Gellner.

Il giardino solitamente viene collocato in prossimità di edifici privati o pubblici ma può anche essere isolato da questi, come nel caso del labirinto gellneriano, situato lungo la via che porta o allontana dal centro, al limite ovest della Colonia in direzione opposta all’ingresso principale. A questo punto verrà da chiedersi perché Gellner chiamò Labirinto questo spazio che labirinto di fatto non è.

Osservando la pianta ho supposto che il nome sia dovuto ad un’intenzione sfociata nel disegno contorto e conchiuso di linee spezzate delle mura, collocate entro una delimitazione molto più ampia dell’intera Colonia, che costruisce di fatto un grande giardino cinto da mura uguali a quelle dello stesso Labirinto.

Sarebbe interessante scoprire perché Gellner pensa e parla dello spazio del Labirinto come colorato, quando effettivamente così non è.

Il Labirinto pare poi aver subito inevitabili restauri e piccoli aggiustamenti formali nel corso del tempo, come la sostituzione di nuovi mattoni e il restringimento di almeno una delle finestre. Esso dimostra sostanzialmente dunque di non essere mai stato lo stesso, soggetto come ogni cosa a continua trasformazione nel corso del tempo. Oggi il crollo di due piccole parti di muro e il bosco cresciutovi ne hanno mutato l’aspetto riducendolo a quello di rudere, con la possibilità di essere riutilizzato e riqualificato.

Il disegno delle mura e della vasca del Labirinto traccia le forme dell’esagono e del triangolo combinandole in maniera libera, in linea con la geometria del Villaggio. Le caratteristiche finestrelle quadrate a più altezze concorrono a creare giochi di sguardo tra il dentro e il fuori, tra l’individuo e il paesaggio circostante, come nell’intera opera architettonica.

Per avere un’idea ancora più completa dello spazio, della sua forma e del suo scopo, è stato inoltre chiesto ad alcuni gruppi di ex-frequentatori enieni della Colonia, di condividere i propri ricordi sul Labirinto, contribuendo così alla circolazione di pensiero su questo spazio. Tantissimi di loro hanno risposto di non aver mai visto questo luogo durante i soggiorni; pochi hanno confermato di averlo intravisto ma di non averlo mai frequentato e sostengono fosse uno spazio non utilizzato e incolto –almeno dalla metà degli anni ’80. Una persona soltanto, al momento, ha confermato di ricordare abbastanza chiaramente lo spazio grazie ad un’attività che vi fece  con la propria squadra, descrivendolo come quello che i bambini usavano chiamare il “loro giardino”.

Atto I

Sulla base delle condizioni dello spazio e delle ricerche sulla storia, si è avviata l’idea per una prima nuova azione nel Labirinto che avesse come fine l’accessibilità e la revisione dell’architettura interna nascosta sotto il bosco selvaggio, sfruttando lo stato caotico naturale come un dato e un mezzo per una nuova fruizione dello spazio. Dico “prima” perché l’intenzione è di procedere gradualmente alla riconquista di questo spazio fisico e culturale, sfruttando a più riprese le potenzialità che natura, storia e architettura, offrono, come materia di spunto per nuovi progetti.

In questa fase iniziale ho inteso il lavorare sull’ambiente e con la vegetazione come un fatto imprescindibile, utile e necessario per agire sfruttando lo sviluppo che negli ultimi anni ha da solo abitato e lentamente trasformato lo spazio originario, che definirei quasi “metafisico” (l’orizzonte libero sul Pelmo e il Civetta offriva un tempo panoramiche e atmosfere uniche sullo sfondo della rigida architettura). La sua invasione ad opera del bosco, quel bosco voluto dallo stesso Gellner, è un pretesto per lavorare sullo spazio relazionandosi con il paesaggio, l’architettura umana e dello stesso mondo vegetale, ragionando sul modello labirintico e contemporaneamente sulla coltura e cultura del giardino.

Ho proceduto scegliendo dapprima un punto favorevole lungo lo spazio d’entrata da cui sarebbe iniziata la fase di “scavo” nella vegetazione, per poi avanzare con gli strumenti da taglio aggirando gli ostacoli e creando dei passaggi ad ampiezza più o meno limitata a seconda della difforme densità arborea dell’area. Nel fare questo, ho agito senza trascurare ciò che avrei incontrato, perciò sono stati eliminati alcuni alberi morti ed è stato rispettato lo spazio che ospitava quegli elementi più piccoli e fragili della flora e della fauna, come rari e piccoli esemplari di ciclamino selvatico, funghi, fragoline, e un piccolo nido.

Con i sentieri ho complessivamente fiancheggiato l’intera architettura interna trasformando il Labirinto da bosco impenetrabile a spazio ripercorribile, attraverso sentieri creati dal verde delle fitte conifere.
Un atto che ricolloca il Labirinto sul piano della fruizione ludica e culturale attraverso la coscienza, la cura e la riconquista di spazio nell’ambiente.

Ilaria Fasoli, agosto 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tweet about this on TwitterShare on FacebookGoogle+Share on LinkedIn