Simone Cametti/Sguardo su Vaia

 

 

 

 

 

 

 

Tempesta Vaia ha cambiato il paesaggio, la sua realtà, la sua percezione.
All’indomani di Vaia (29 ottobre 2018), percorrere i sentieri di montagna, nelle vaste aree colpite, non era più possibile: interdetti, ingombri, devastati.
Migliaia, milioni gli schianti: scomparsi i tracciati, sepolti dai corpi degli alberi abbattuti dalla furia degli elementi.
Per alcuni mesi, non si è potuto più camminare per boschi: camminare era divenuto quasi una forma primitiva dello scalare, più utili le mani e la schiena delle gambe.

Arrampicare i fusti a terra, spesso a grappoli o mucchi ritorti, aggirarli, uscendo dalla traccia, sconvolta o perduta.
Saltati gli orientamenti, cambiati i tempi di percorrenza: cambiata innanzitutto la modalità della percorrenza: i sentieri, da ritracciare.

Dopo quasi un anno da Vaia, alcuni di questi sentieri sono stati ripristinati. Si sono aperti i varchi.
Ma moltissimi rimangono impraticabili, ingombri, cancellati.
Come muovervisi?

Ridefinire i percorsi nascosti sotto gli alberi caduti, rivolgendo lo sguardo verso l’alto, verso Vaia, questo l’assunto di partenza di Simone Cametti.
Una nuova tracciatura.

L’artista ha deciso di segnare i propri nuovi sentieri direttamente sopra ai corpi degli alberi.
In questa maniera si è costretti a perdersi tra le piste disordinate, per cercare altri punti di riferimento, codificare nuovi punti di riflessioni rispetto al concetto stesso di salita, definendo un percorso sopra all’altro: sovrascrivendo le tracce.

Dalla Colonia ho recuperato quaranta metri di tubo fluorescente con relativi reattori funzionanti. Durante una sera di luglio, passata in casa Cametti, nella Colonia, ho definito lo spazio in cui produrre il lavoro, ho posizionato i tubi fluorescenti su di un abete caduto nel bosco, lungo diciassette metri, ho creato gli allacci, ho acceso il generatore.

Il lavoro prodotto è una ripresa fissa, dove la luce dei neon accende per qualche minuto il bosco sovrastante. A metà del video, il generatore si spegne, ridefinendo il tempo e il rumore dello spazio.

Simone Cametti, luglio 2019

 

 

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