Neve sul Pelmo, fuoco in Colonia

Stamattina, dopo il gran vento notturno, Pelmo imbiancato, e prima alba invernale per Borca.
Nelle Ville del Villaggio, dov’è la Residenza per gli artisti, crepitano i legni, nelle stufe in maiolica di Gellner.
Ed anche la stufa grande alla capanna bassa della Colonia, ormai laboratorio permanente di progettoborca, è accesa, e fuma deciso il camino, pel bosco (ecco il fuoco).
Quel camino era chiuso, fino a pochi giorni fa: un abete vi era cresciuto dentro, ostruendo la canna. Ora l’albero è stato preso da Sandra Hauser, che l’ha trasformato in un proprio paziente: “Patient – Phase I (Physical Examination)”, diventando una parte dell’installazione (Investigazione in progresso), realizzata in due stanze basse e buie, scovate in uno dei padiglioni della Colonia.
Gli artisti vivono qui, abbiamo detto (e scritto).
Stefano Moras, anche lui in Residenza al Villaggio per un mese, vive con Sandra (si canta e si danza, mentre sviolina la sega). La sua pittura si spande, viene stesa, per masse e traslucenze, e geometrie e stratificazioni: dieci vecchie porte della Colonia sono state prese, insieme a molti altri materiali, e spunti: tutto ciò entra nel calderone, nell’alchimia, nel suo cielo, ristellato.
Loro vivono qui, abbiamo scritto, e il Villaggio non è più chiuso, e il fermento cresce, e si propaga. Tra due settimane, faremo un nuovo studio-visit a Borca, mostreremo i nuovi lavori, apriremo i nuovi spazi, diremo nuove cose.
Intanto, il fuoco mangia il silenzio, crepitano le idee, crescono le forme.

(22/10/14)

 

loro vivono qui

lavorare a borca, dentro al villaggio, è un’esperienza: di scotimento, disorientamento, arginamento tracimazione (mica appesi inerti, come spenti): questo luogo è inimmaginabile (l’immaginazione non è atopica), viverlo è impressionante: thauma. disseppellire i potenziali è disseppellirseli di dosso, disseppellirsi, in un luogo del genere, se c’è qualcosa, sotto alla terra ai piedi, da ridestare, da far risalire, per i condotti (non c’è sempre, non c’è per tutti, qualcuno ha fame, qualcuno ha freddo -invece che spunti, crampi, idee).
lavorarci, viverci, in questo luogo pieno e vuoto, spento e carico, immobile e teso (in attesa), è un’esperienza, impressionante: non passarci.
passarci non è viverlo, è rilevarlo, quindi subito lasciarlo (critica della fugacità, e dell’estetica epidermica del rilievo).
da anni, decenni, a borca vengono persone, in misura maggiore o minore sorprese, sbalordite, eccitate, intremate, per il tenore del luogo, la sua forza, la spettacolosità che incute, il carattere suo di rovina contemporanea, abbiamo detto, l’intensità di scintilla generato dal rapporto prepotente tra la natura/bosco/giungla carnivori e le architetture resistenti di gellner, che moltissimi ricordano, che moltissimi contemplano, che pochi o nessuno ripensa, com’è per tutto questo spazio disteso espanso, la cui potenza è evidente quant’è congelata. e quell’eccitazione dunque, dei passanti, non abitanti, dura un poco, e forse permane pure poi, a memoria, ma è essa, appunto, fugace impressione, impressione di passaggio.
ma ora, che accade?
accade che #progettoborca non è l’ennesimo restauro, l’ennesima incursione contemplativa, l’ennesima genuflessione a gellner e a scarpa, un po’ cupa.
mentre iernotte esploravamo la colonia, sciando sui fasci delle frontali, abbiamo incocciato gli abitanti nuovi del villaggio, della colonia, tra i rani-salamandra (intanto a casso, bramiti giurassici scotevano la casamatta, che stava accesa). nei padiglioni, nei dormitori, nell’aula magna, nella capanna bassa, mano a mano che penetravamo il dedalo, li incontravamo, gli artisti (che parola smunta, professionale, ridicola) attivi, mica più i vandali balordi (se li prendo li taglio, e li prendo, li prendo), in silenzio all’opera, con i lumi, con delle torce, con le prime stille elettriche (e col bidone della merda-elettrica, alla capanna, un lusso selvaggio), intenti, concentrati, spiritati, lieti, quieti, accesi come i loro occhi, a vampe (le vampe da dietro agli occhi, accesi di dentro, dal fuori, che entra) impressionati, e per nulla fugaci, nella loro presenza determinata, a produrre (prodursi) nella notte, nel freddo, nella fame (domani vi chiamo), a domesticare lo spazio enorme, non più ignoto, non più abbandonato, ad attraversarlo, misurarlo, conoscerlo, camminarlo, introiettarlo, svilupparlo, stare nel suo ventre, dentro, non come ospiti, ma come cellule costitutive, seppur nuove, questo sembrava, nuove ma coerenti, le cellule attivatrici, come sempre fossero state qui, perchè questo luogo non è mai morto, e nemmeno dormiente, solo zitto e in piedi e in attesa, e noi lo sappiamo, ecco perchè, nel cuore della notte incognita, nulla è più ignoto ora, pare, e questo grande luogo immoto è casa, attesa, forza-luce che torna, che è sempre stata qui, che andava ripreso in mano, che va ripreso in mano, e loro ci entrano e lo conoscono meglio ora, ogni giorno ed ogni notte, un centimetro ed un metro ogni giorno più dentro, e un anfratto recondito di meno, ogn’istante, e intanto stanno comodi, la paura è calda, l’esperimento totale è accogliente, l’avresti detto? e accoglie tutte le cose nuove infatti, che escono dalle architetture per entrar nel bosco (la cesta dipinta, il ritratto spinto della capanna, i pannelli in griglia di grata stesi a paesaggio, le teglie candite di gemma installate, i sali all’orso), per entrar dai vetri (l’anaconda alle plastiche acque che sgorgano al piano, la giungla nutrita dagli intonaci, i cammini ritmici per le rampe scossi), che tutto entra qui, e nulla esce. ma noi lo portiamo fuori.


gianluca d’incà levis

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